Le sfide umane e sociali della crisi sanitaria: le suggestioni del Convegno nazionale dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute su «Gustare la vita. Curare le relazioni». Parla il direttore don Massimo Angelelli

Uno dei primi sintomi della malattia da Covid-19 è la perdita del gusto. Un’esperienza molto particolare. Alcuni hanno riferito che mangiare senza sentire il sapore dei cibi è inutile. Senza sapore passa l’appetito. Torna alla mente quella provocazione di Gesù: «Se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore?» (Mc 9,50). E lo diceva in un contesto in cui invitava a tagliare dalla nostra vita ciò che crea scandalo. Le cose insipide non si mangiano volentieri. Quando nel 2019 l’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute scelse il titolo del Convegno da celebrare a maggio 2020 nessuno immaginava tanta attualità. Eppure solo oggi «Gustare la vita. Curare le relazioni» – il titolo e tema scelto per il convegno, dal 3 al 13 maggio – ci appare nella sua pienezza di senso. Il gusto per la vita è stato ferito dalla pandemia, dalle tante persone che hanno perso la vita, dai lutti traumatici, dalle famiglie indebolite, dalla crisi sociale incombente, dal disorientamento che si vive in Italia e nel mondo. Sono saltati modelli e stili di vita, siamo stati costretti in ritmi e spazi a volte troppo stretti. Molte abitudini acquisiste come ovvie sono state messe in discussione.

Soprattutto, dopo la malattia virale, un’altra ferita rileviamo come pandemica: le nostre relazioni sono state messe a dura prova, anche queste riviste, modificate. Un abbraccio, un bacio, una stretta di mano, da gesti familiari e amicali, espressioni di amicizia e affetto, improvvisamente sono diventati rischiosi. La distanza è divenuta il paradigma della sicurezza, una distanza sociale. Distanza necessaria e dovuta, prevenzione indispensabile per fermare questa malattia, ma sempre faticosa, difficile da accettare, non spontanea. E così anche le nostre relazioni hanno subìto un forte stress, una prova di tenuta non facile. La distanza è divenuta anche relazionale, con tutti i rischi a questo connessi.

Se la ricerca scientifica e la medicina affrontano la pandemia con i loro strumenti di intelligenza, sempre a servizio della vita umana (papa Francesco), compreso il vaccino, la Chiesa e i credenti sono chiamati a prendersi cura delle relazioni ferite, delle solitudini e vulnerabilità, perché nessuno resti solo, perché oltre la malattia non restino sofferenti anche le nostre relazioni, per il gusto che proviamo per la vita, per il bisogno di socialità che abbiamo, per la domanda di senso che attraversa la nostra mente: se Dio ha permesso tanto dolore e sofferenza, noi dobbiamo metterci alla ricerca del senso ultimo di quello che stiamo vivendo.

Da qualche parte, in qualche modo, troveremo la risposta e scopriremo ancora il bene che possiamo – e dobbiamo – costruire. Una comunità di credenti in cammino verso la speranza di una comunione piena con il Dio provvidente e tra noi fratelli.
È la ricerca che offriamo nel nostro Convegno, con i 115 relatori che si alternano e le 18 sessioni di riflessione, studio e confronto. È il cammino della pastorale della salute in Italia. Coscienti che la risposta non è lontana: «Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9, 50).

Fonte: Avvenire https://www.avvenire.it/vita/pagine/convegno-cei-le-ferite-della-pandemia-che-la-chiesa-vuole-curare

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